E’ vera libertà quella che nasce dalla morte di un uomo?
“Questo è un bel giorno per l’America. Il nostro paese ha mantenuto il proprio impegno di veder fatta giustizia. Il mondo è più sicuro, è un posto migliore dopo la morte di Osama bin Laden”
1 maggio 1945. 1 maggio 2011. La storia sembra ripetersi, o forse, piuttosto, immobilizzarsi. La morte “ ufficiale” di Osama bin Laden, nemico pubblico dell’America in lotta contro il terrorismo, sembra avvenire alla luce di un paradosso storico: lo stesso giorno, di sessantasei anni, fa scompariva “ufficialmente” il nemico pubblico degli Stati Uniti in lotta contro il nazifascismo, Adolf Hitler. Da allora il mondo ha vissuto gli anni della guerra fredda ed è approdato alla luce del Terzo Millennio sotto l’egida della lotta al terrorismo di matrice islamica, come se l’individuazione di un nemico da contrastare sia nel DNA politico di Washington. Infatti, dopo il terribile e tragico attentato dell’11 settembre 2001 che vide un aereo, dirottato da fondamentalisti islamici, schiantarsi sulle Torri Gemelle di New York, gli USA hanno dichiarato “guerra totale e globale” al terrorismo internazionale, individuato concretamente nella figura di Osama bin Laden. Il leader di “Al Qaeda”, movimento terrorista da lui stesso fondato intorno al 1988, nasce nel 1957 a Ryad in Arabia Saudita. Cresciuto sotto l’educazione della Sharia (legge religiosa che si rifà ai dettami del Corano), si avvicina alla corrente islamica wahhabita, che predica un ritorno alla religione delle origini con la cancellazione di tutte le innovazioni apportate dallo svolgersi del tempo. Nel 1979 si avvicina alla lotta di resistenza afghana guidata dai Mujhaidin contro l’esercito sovietico, ma il suo vero impianto dogmatico e ideologico si definisce solamente intono al 1998: “uccidere gli americani ed i loro alleati, civili e militari, è un dovere individuale per ogni musulmano che possa farlo in ogni paese ove sia possibile, per giungere alla liberazione della moschea al Aqsā di Gerusalemme e della Sacra Moschea della Mecca e scacciare le loro armate dalle terre dell’Islam, secondo le parole dell’onnipotente Allāh: combattete i pagani tutti insieme come essi combattono voi tutti insieme, combatteteli fino a quando non ci saranno più tumulti od oppressioni e fintanto che non prevalga la giustizia e la fede in Allah”. Da quel momento in poi la sua attività è un escalation di violenza e di terrore che agghiaccerà tutto l’Occidente nel corso degli anni Novanta e Duemila, ma che è culminata con la sua morte, da parte delle forze speciali americane, in un operazione ad Abbottabad, in Pakistan, vicino la capitale Islamabad. La sua tumulazione è avvenuta in mare, forse in contrasto con i riti sepolcrali islamici, ma il tutto perché si è voluto cancellare la sua figura dalla storia e non renderlo martire appetibile per la lotta dei fondamentalisti.
Il Male, il Dolore, è stato sconfitto? O meglio, l’incarnazione di quello che si pensi sia stato veramente il Male, è stato concretamente estirpato dalla scena mondiale? Come dice il Presidente degli Stati Uniti, il mondo oggi, può considerarsi veramente più libero e giusto? Ed infine, può nascere una vera e sincera libertà sulla morte di un uomo, sull’annientamento di una vita umana, pur paradossalmente malvagia e cattiva che essa fosse? Questi interrogativi si presentano come una spina nel nostro petto e sorgono nel vedere le immagini di statunitensi festanti e di “arabi” invece protestanti. Forse queste domande non riceveranno mai una risposta, ma ci impongono comunque di provare a tentare una soluzione seppur parziale. Le immagini delle due piazze, spinte da sentimenti parimenti antitetici, invocano l’aiuto e la condanna da Dio. La “celebration night” delle città a stelle e strisce e le “احتجاجات”(proteste) islamiche sembrano attraversate da uno schizofrenia culturale che pare colpire trasversalmente i due mondi religiosi, le due società che si richiamano esplicitamente e costitutivamente a Dio, perché pare abbiamo smarrito la lezione delle loro tradizioni religiose e cioè che “di fronte alla morte di un uomo non ci si dovrebbe rallegrare mai, ma si dovrebbe riflettere sulle gravi responsabilità di ognuno davanti a Dio e agli uomini, e sperare e impegnarsi perché ogni evento non sia occasione per una crescita ulteriore dell’odio, ma della pace". Come se, all’interno della loro sete di giustizia, non ci si accorga dell’esistenza di un bisogno infinitamente più grande.
Oltre all’aspetto meramente culturale osservato, c’è un altro punto da notare, tutto politico: se effettivamente la guerra in Afghanistan, ingaggiata nell’ottobre 2001 in risposta all’11 settembre, con le centinaia di migliaia di morti tra militari e civili, i milioni di euro spesi per combattere, sia valsa la vita di Osama bin Laden, che poi, in definitiva, è stato colpito a morte in Pakistan. Forse la campagna presidenziale del 2012 è alle porte.
In fine, adesso ci si aspetta una risposta dai qaedisti per dimostrare che il combattimento contro l’Occidente proseguirà al di là del suo leader. A livello internazionale ambasciate, basi militari e rappresentanze americane e europee sono state mobilitate attraverso l’attivazione di severe misure di sicurezza. In Italia, per esempio, negli aeroporti è stato elevato il livello di sicurezza al rango terzo, il più elevato, che prevede strumenti come i body scanner o i “cecchini” della Polizia di Stato.
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