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L’infinito dibattito sui confini israelo-palestinesi




L’Unione europea starebbe lavorando su un nuovo piano di pace per il Medio Oriente: Francia e Gran Bretagna in prima linea

Il piano, sotto la guida di Catherine Ashton, rappresentante UE per gli Affari Esteri, prevede la ridefinizione dei confini israelo-palestinesi: Bruxelles vorrebbe tornare alla creazione di un nuovo Stato palestinese entro i confini del 1967 con Gerusalemme Est come capitale. Previsto inoltre il "congelamento" di tutte le infrastrutture progettate o in via di realizzazione nelle colonie israeliane in Cisgiordania e "lo scambio di territori tra Israele e Palestina".

Se ne è discusso recentemente in occasione del discorso di Barack Obama sulla situazione in Medio Oriente. I territori in questione, come tutti sappiamo, sono stati da sempre alla base di tutte le trattative tra israeliani e palestinesi: Obama li ripropone perché, a suo dire, sarebbero l’unica via percorribile per raggiungere la pace. Da ricordare che i cosiddetti "territori del ’6" non sono stati ottenuti nel 1967, bensì nel 1948. I confini del ’67 sono rappresentati dalla Green Line, un tracciato che, solo su carta, separa il territorio riconosciuto come israeliano dalla Striscia di Gaza e dalla Cisgiordania, cioè i territori che Israele aveva occupato durante la Guerra dei sei giorni (1967) e che oggi si chiamano "Territori Palestinesi".

Nel famoso discorso del 19 maggio scorso, Obama ha affermato che i negoziati proposti debbano portare all’istituzione di nuovi confini tra i due Stati, confini permanenti e ufficiali tra Palestina e Israele, Giordania e Egitto. Il punto importante consiste nel fatto che i confini tra Israele e Palestina dovrebbero essere basati su quelli tracciati nel 1967 con delle correzioni stabilite di comune accordo. Attenzione però: Obama non chiede che Israele ritorni ai confini del ’67, bensì chiede di effettuare un ritiro dei territori occupati, utilizzando questi territori come “punti di partenza”, con delle correzioni stabilite di comune accordo. Con l’espressione “correzioni stabilite di comune accordo” Obama vuole intendere di permettere a Israele di mantenere le colonie più popolose e vicine al territorio israeliano in modo da evitare un’evacuazione massiccia degli abitanti. In cambio Israele dovrebbe cedere alcune aree che, su carta, non rientrerebbero nei “territori occupati” dopo il 1967.

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Benjamin Netanyahu, primo ministro israeliano

Netanyahu è al suo secondo mandato. Il primo fu dal 1996 al 1999.

Sul quotidiano Israeliano Yediot Aharonot, che riporta le voci di alcuni funzionari israeliani di alto livello, viene scritto: “C’è molto lavoro in corso dietro le quinte. Gli europei non sono in grado di obbligarci a raggiungere un accordo, ma possono metterci in imbarazzo. È ragionevole pensare che i palestinesi accetteranno un simile documento, ma per Israele sarà difficile. Ci metteranno all’angolo”.

L’ostacolo più grande per Obama resta però Netanyahu, il primo ministro israeliano che si è opposto con foga al progetto degli Stati Uniti, non sapendo riconoscere, secondo i più, il fatto che la proposta di Obama porterebbe dei vantaggi anche al suo territorio nel lungo termine.

Secondo Bruxelles quindi esisterebbe un’unica possibilità per la pace: la road map che prevede la creazione di uno Stato palestinese dovrebbe rappresentare la soluzione diplomatica, calata dall’alto. Ma, per ora, la fitta rete degli interessi commerciali, economici e militari che lega UE e Israele rassicura giocoforza gli israeliani.

(Fonte: Nena News Agency)



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