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Arrivederci in Perù




Global warming: da Kyoto a Varsavia, ma l’accordo ancora non c’è

Sembra che le decisioni diplomatiche internazionali siano più lente dei cambiamenti climatici. Sedici COP dopo la terza, la storica Conferenza di Kyoto, esperti, tecnici, diplomatici e politici da tutto il mondo si sono riuniti a Varsavia per discutere di riscaldamento globale. Nessun accordo rilevante è stato raggiunto. Tutti sanno però quando e dove rivedersi per la ventesima Conferenza sul clima.

Nella storia della diplomazia internazionale, piena di summit e incontri nati con i migliori auspici, spesso accade che le buone intenzioni si trasformino, di fatto, in grandi delusioni. La storia del Protocollo di Kyoto, i cui esiti sono inferiori alle aspettative, non è un’eccezione.

Kyoto, dicembre 1997

L’11 dicembre 1997 a Kyoto, in Giappone, più di 180 Paesi sottoscrissero un accordo internazionale durante la terza Conferenza delle parti (COP3) della Convenzione quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici. L’accordo imponeva ai Paesi industrializzati e in via di transizione una riduzione delle emissioni dei gas serra, considerati responsabili del riscaldamento globale, del 5% rispetto ai livelli emissivi del 1990, entro il 2012. Il protocollo non prevedeva obblighi per il Brasile, la Russia, l’India, la Cina e il Sudafrica, non considerati tra i principali responsabili della produzione di gas durante il periodo della prima industrializzazione. Perché il protocollo entrasse in vigore si richiedeva la ratifica di almeno 55 nazioni firmatarie che producessero il 55% delle emissioni globali. In quell’occasione gli Stati Uniti, nonostante fossero il più grande produttore di gas serra al mondo, non ratificarono l’accordo, che divenne quindi operativo solo nel 2005 con la partecipazione della Russia.

Nel 2012, durante la diciottesima Conferenza sul clima (COP18) a Doha, in Qatar, fu approvato il Doha Climate Gateway, il documento che istituisce il secondo periodo di impegno del Protocollo di Kyoto prolungandone l’estensione fino al 2020, data prevista per l’entrata in vigore di un nuovo accordo mondiale. In quell’occasione, in linea con gli obiettivi del pacchetto legislativo sul clima e l’energia del 2009, l’Unione europea, gli Stati membri e l’Islanda si impegnarono a ridurre del 20% le emissioni complessive di gas serra rispetto al 1990 e ad aumentare del 20% il risparmio energetico e il consumo delle fonti rinnovabili entro il 2020. Si trattò comunque di un risultato poco soddisfacente a livello globale: Giappone, Nuova Zelanda, Russia e Canada, un tempo grandi sostenitori del protocollo, decisero infatti di uscirne. Di nuovo assenti la Cina, che ormai contribuisce per il 29% alle emissioni globali, e gli Stati Uniti con il 16%. Parteciparono a Kyoto2 solo l’Unione europea, l’Australia, la Svizzera e la Norvegia, produttori di circa il 15% delle emissioni globali, a fronte del 55% necessario per l’entrata in vigore del Protocollo di Kyoto nel 2005. Come stabilito dalla Piattaforma di Durban del 2011 (COP17), il restante 85% delle emissioni sarà gestito in un più ampio percorso di negoziati internazionali che prevede impegni, volontari e non vincolanti, solo a partire dal 2015.

Il Protocollo di Kyoto è tuttora, infatti, l’unico strumento internazionale giuridicamente vincolante che obblighi gli stati a contenere le emissioni di gas serra, ma non è sufficiente. Nonostante il crescente consenso intorno alle politiche in difesa del clima, dal 1990 al 2012 le emissioni globali sono cresciute del 32%.

Varsavia, novembre 2013

La diciannovesima Conferenza sul clima (COP19), che si è conclusa lo scorso 23 novembre a Varsavia, avrebbe dovuto preparare i negoziati verso il vertice di Parigi previsto per il 2015, l’appuntamento mondiale in cui verrà adottato un nuovo accordo vincolante per garantire il proseguimento del Protocollo di Kyoto dopo il 2020. Ma come previsto, non è stato possibile raggiungere un accordo tra i paesi partecipanti.

Per la prima volta nella storia dei summit europei, le associazioni ambientaliste e le ONG hanno abbandonato il vertice, ritenuto di scarso livello rispetto ai canoni richiesti dalla comunità scientifica. Il livello non adeguato dell’approccio ai problemi climatici della Conferenza è dimostrato anche dall’atteggiamento ostile del paese ospitante. Un paese ancora fortemente dipendente dall’industria del carbone, con una lunga storia di ostruzionismo alle spalle. Nel 2011 la Polonia fu l’unico Stato membro a contrastare l’approvazione della Roadmap europea, ponendo il veto agli impegni previsti per la decarbonizzazione in Europa entro il 2050.

Lo scorso anno a Doha tentò di ostacolare il Doha Climate Gateway per continuare a lucrare sulla vendita di quote di emissione. Che una COP presieduta dal governo polacco attribuisse un ruolo centrale agli interessi delle industrie energetiche, secondo le associazioni ambientaliste e le ONG bisognava quindi aspettarselo. Tra gli sponsor e i partner della Conferenza c’erano multinazionali e gruppi energetici, come la polacca PGE Elektrownia, proprietaria della centrale a carbone di Belchatow, la più grande d’Europa e il principale produttore di CO2 nel 2012. O come la francese Alstom, che prevede di costruire la più grande centrale elettrica a carbone della Polonia. Allo sponsor del settore automobilistico ci ha pensato invece la tedesca BMW, che nel 2007 si oppose al regolamento comunitario per la riduzione delle emissioni di CO2 dalle automobili, la seconda fonte di produzione di gas serra in Europa dopo il settore energetico.

Sponsor a parte, il vero limite della Conferenza sono stati i complicati rapporti tra i paesi industrializzati, che hanno fortemente inquinato in passato, e le potenze arrivate più tardi allo sviluppo industriale. L’integrità dei colloqui è stata ulteriormente compromessa proprio dalla loro incapacità di sottoscrivere accordi unanimi, vincolanti e immediati.

Sebbene l’Europa abbia sottoscritto ufficialmente l’emendamento di Doha al Protocollo di Kyoto (6 novembre scorso), per alcuni paesi non è stato lo stesso. Il Giappone ha ridotto le proprie soglie limite di emissione di gas serra. Così come Australia e Canada, che hanno chiesto che il trattato includa i maggiori inquinatori, senza esoneri per quei paesi in via di sviluppo ormai responsabili delle emissioni del pianeta. Il chiaro riferimento alle economie emergenti, condiviso anche da Stati Uniti e Unione Europea, in particolare coinvolge la Cina, che però non intende sobbarcarsi dei danni precedenti alla sua crescita e ribadisce il concetto delle responsabilità comuni ma differenziate per affrontare il cambiamento climatico. I paesi emergenti hanno rimproverato alle potenze occidentali di non rispettare gli accordi di Copenaghen del 2009 (COP15), che prevedevano l’utilizzo di risorse internazionali per finanziare il trasferimento tecnologico necessario alla riconversione a energie pulite nei paesi in via di sviluppo. Cento miliardi di dollari l’anno dal 2020 e dieci miliardi fino a quel momento. Le potenze occidentali si sono però rifiutate di stabilire obiettivi finanziari chiari per i prossimi anni.

La difficoltà nel trovare un accordo unanime e la continua tendenza all’attendismo, oltre a rappresentare il fallimento della Conferenza di Varsavia, dimostrano una generale mancanza di urgenza tra i governi presenti al summit, ancora molto lontani da quel futuro sostenibile tanto discusso ma poco voluto. Previsto per il 2015 ma operativo dal 2020. Date che confermano come la politica delle COP, negando un’evidenza di catastrofi mondiali (ultimo il nubifragio in Sardegna), contraddica la comunità scientifica e i recenti dati dell’IPCC, che ribadiscono la necessità di stabilizzare la temperatura globale riducendo le emissioni già dal prossimo anno.

Per evitare una rottura definitiva delle trattative ONU sul clima, con conseguente perdita di credibilità, le parti hanno raggiunto un compromesso dell’ultimo minuto, sostituendo abilmente la parola impegni con quella, meno impegnativa, di contributi. Poche decisioni quindi, più stilistiche che sostanziali, ma tante questioni irrisolte. Per il resto, arrivederci alla COP prossima. Sembra infatti che gli ecodiplomatici a Varsavia siano stati d’accordo almeno su questo: Lima, dicembre 2014



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Autori

Agnese Vannozzi
Studentessa del corso di laurea magistrale in Scienze dell’informazione, della comunicazione e dell’editoria presso l’Università di Roma Tor Vergata.



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